L’impatto umano sugli oceani

Impatto umano sugli oceani

trash galaxies foto di Luca Bertolotti

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Sezione: AMBIENTE ECOLOGIA SOSTENIBILITA’

L’Impatto Umano sugli Oceani: Una Crisi Ambientale Globale

L’IMPATTO UMANO SUGLI OCEANI: UNA CRISI AMBIENTALE GLOBALE

Micro e nanoplastiche: l’impatto umano sugli oceani

Oggi più che mai, analizzare l’impatto umano sugli oceani risulta indispensabile per un quadro sempre più completo dello stato di salute del pianeta. Scoperta ufficialmente nel 1997 dal capitano Charles Moore, la Great Pacific Garbage Patch è un’enorme concentrazione di plastica galleggiante situata tra le Hawaii e la California. Secondo gli studi condotti dall’organizzazione The Ocean Cleanup, questo “patch” ospita oggi circa 1,8 trilioni di pezzi di plastica, per un totale stimato di 100.000 tonnellate: una quota da 4 a 16 volte superiore alle stime precedenti.

Il problema principale è legato alle microplastiche, che testimoniano l’esteso impatto umano sugli oceani. Esse rappresentano il 94% del numero totale di frammenti, pur costituendo solo l’8% della massa complessiva. Queste particelle derivano dalla degradazione di plastiche rigide, film plastici e attrezzi da pesca abbandonati. Le ricerche guidate dal biologo Alan Jamieson hanno dimostrato che le microplastiche hanno ormai raggiunto persino il sedimento profondo degli abissi oceanici, a testimonianza di una contaminazione globale ormai penetrante.

I modelli scientifici della contaminazione da plastica

La scienza sta cercando di mappare e comprendere la diffusione di questi materiali attraverso modelli matematici e fisici avanzati:

Acidificazione dei mari e riscaldamento globale

Secondo gli studi effettuati dal climatologo Jean-Pierre Gattuso, l’aumento della CO2 disciolta nell’acqua ne diminuisce drasticamente il pH. Questo fenomeno rappresenta un ulteriore e drammatico impatto umano sugli oceani rendendo l’ambiente marino sempre più acido. L’acidificazione, combinata con il riscaldamento termico, porterà inevitabilmente a una sostanziale semplificazione degli ecosistemi marini, che si traduce in:

  • Un netto calo della biodiversità.
  • Una minore produzione biologica complessiva.
  • Una grave riduzione della calcificazione di coralli e molluschi.

Un caso emblematico è quello della Grande Barriera Corallina. Secondo lo studio “Highest ocean heat in four centuries places Great Barrier Reef in danger”, pubblicato su Nature da un team di ricercatori guidato da Benjamin Henley (2024), la temperatura media dell’acqua ha raggiunto il livello più alto degli ultimi 400 anni. Il fenomeno è quasi interamente attribuibile alle emissioni antropiche.

L’estensione delle “zone morte” e l’ipossia

Il riscaldamento delle acque e l’eutrofizzazione stanno causando frequenti eventi di sbiancamento corallino e gravi fenomeni di ipossia (carenza di ossigeno). In appena cinquant’anni, le zone oceaniche con bassi livelli di ossigeno si sono estese di ben 1,7 milioni di miglia quadrate in oceano aperto e si sono decuplicate nelle acque costiere. Le storiche ricerche di Diaz & Rosenberg (2008) descrivono un aumento esponenziale delle cosiddette “zone morte” in aree costiere e bacini, aree in cui la fauna marina rischia la mortalità a causa della carenza cronica di ossigeno.

Inquinamento chimico e polimerico nei tessuti marini e umani

L’impatto umano sugli oceani con plastica, metalli pesanti, pesticidi e nutrienti riversati in mare ha risvolti drammatici. Solo nel 2023, si stima che tra 1,5 e 2,5 milioni di tonnellate di plastica siano state trasportate dai fiumi verso l’oceano, con concentrazioni elevate vicino a porti, vegetazione costiera e grandi zone urbane. Questi detriti rappresentano un rischio letale diretto per specie vulnerabili come tartarughe marine, dugonghi e foche. Parallelamente, lo sversamento di fertilizzanti su scala industriale provoca fioriture algali esplosive che soffocano gli organismi bentonici e creano vaste zone ipossiche.

I composti persistenti come i PCB e il metilmercurio si accumulano lungo la catena alimentare (biomagnificazione), raggiungendo livelli tossici nei pesci predatori e, di conseguenza, nelle persone che li consumano. Il medico e scienziato Philip J. Landrigan ha ampiamente documentato come questi contaminanti siano legati a problemi neurologici nel feto, disfunzioni cardiache e patologie oncologiche. Inoltre, un working paper economico del NBER firmato da Du, Zhang e Zou (2024) ha collegato l’esposizione alle microplastiche durante la gravidanza (su un campione di 3 milioni di casi) a un aumento del rischio di basso peso alla nascita nei neonati.

Sovrasfruttamento delle risorse marine e inquinamento acustico

La pesca eccessiva (overfishing) comporta il crollo immediato delle popolazioni di pesci sia bentonici che pelagici. Nel sistema della Corrente dell’Humboldt, una delle aree ittiche più produttive al mondo, l’overfishing ha alterato profondamente le comunità marine. I dati fossili mostrano una netta perdita di stabilità ecosistemica, accompagnata dalla comparsa di specie “nuove” precedentemente assenti. Uno studio globale su squali e razze evidenzia inoltre che quasi il 25% di queste specie è minacciato di estinzione secondo i criteri IUCN, come analizzato su eLife.

La pesca eccessiva distrugge anche l’alcalinità del fondale a causa delle pratiche a strascico e dei dragaggi. Secondo gli studi di settore, queste attività riducono la capacità naturale dell’oceano di assorbire e stoccare la CO2, generando vere e proprie “emissioni nascoste” di gas serra.

A tutto questo si aggiunge l’inquinamento acustico: il traffico navale, le navi da pesca e le attività di estrazione generano una crescente invasione sonora sott’acqua. Questo rumore costante disturba la comunicazione, l’orientamento e il benessere psicofisico di cetacei, pesci, crostacei e persino dei coralli.

Il rischio di collasso della Circolazione Atlantica (AMOC)

Lo scioglimento dei ghiacci e l’influenza antropica rischiano di indebolire o, nella peggiore delle ipotesi, portare al collasso la Circolazione Meridionale di Ribaltamento Atlantica (AMOC). Un recente e discusso studio statistico di Peter e Susanne Ditlevsen (2023) avverte che, senza una drastica riduzione delle emissioni, il collasso potrebbe verificarsi in tempi brevi, con una finestra stimata intorno al 2057.

Va specificato che questo modello semplificato ha aperto un vivace dibattito nella comunità scientifica: mentre diversi climatologi invitano alla cautela ritenendo un crollo totale nel breve termine “molto improbabile”, il consensus generale concorda comunque su un forte e preoccupante indebolimento della corrente entro la fine del secolo.

Conclusioni: le azioni necessarie per salvare gli oceani secondo la scienza

Gli oceani sono sotto attacco su più fronti e il loro declino ha un’origine chiaramente antropica. Gli studi universitari e i monitoraggi globali dimostrano come riscaldamento, acidificazione, inquinamento, rumore e pesca eccessiva interagiscano in modo sinergico, amplificando i danni reciprocamente.

Per invertire questa tendenza e mitigare l’impatto umano sugli oceani, la comunità scientifica internazionale indica cinque macro-azioni urgenti e coordinate:

  1. Riduzione rapida e drastica delle emissioni di CO2: È l’azione cardine prescritta dai report del Comitato Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (IPCC) per arrestare il riscaldamento e l’acidificazione degli oceani, preservando la capacità del mare di agire come serbatoio naturale di carbonio (blue carbon).
    1. Regolamentazione rigorosa e sostenibile della pesca: Come evidenziato dagli obiettivi globali 30×30 della Convenzione ONU sulla Diversità Biologica, è fondamentale espandere le Aree Marine Protette (AMP) e azzerare i sussidi alla pesca intensiva per tutelare la biodiversità.
    2. Trattato globale e vincolante contro l’inquinamento da plastica: I modelli di mitigazione delle agenzie delle Nazioni Unite indicano che la sola pulizia superficiale è insufficiente: occorre tagliare la produzione industriale di polimeri monouso non riciclabili alla radice.
    3. Innovazioni tecnologiche per la tutela dei fondali e la riduzione acustica: Studi pubblicati su riviste di settore come Elsevier Marine Policy raccomandano l’adozione di standard ingegneristici più severi per i motori navali e il divieto di pratiche distruttive come lo strascico profondo, al fine di salvaguardare lo stoccaggio di carbonio geologico.
    4. Monitoraggio continuo e co-gestione con le comunità costiere: Ricerche recenti pubblicate su Nature Ocean Sustainability evidenziano come i piani di conservazione abbiano successo solo quando integrano il monitoraggio scientifico avanzato con il coinvolgimento diretto dell’economia delle comunità costiere locali.

    Solo attraverso questo cambio strutturale, supportato da dati scientifici condivisi e accordi transnazionali vincolanti, potremo garantire la resilienza biologica degli oceani e la sopravvivenza dell’intero pianeta.

    Bibliografia / Riferimenti Scientifici

    • Diaz, R. J., & Rosenberg, R. (2008). Spreading Dead Zones and Consequences for Marine Ecosystems. Science, 321(5891), 926–929. [Link Studio]
    • Ditlevsen, P., & Ditlevsen, S. (2023). Warning of a forthcoming collapse of the Atlantic meridional overturning circulation. Nature Communications, 14(1), 4254. [Link Studio]
    • Du, X., Zhang, S., & Zou, E. (2024). Marine Microplastics and Infant Health. NBER Working Paper No. 33094. [Link Working Paper]
    • Dulvy, N. K., et al. (2014). Extinction risk and conservation of the world’s sharks and rays. eLife, 3, e00590. [Link Studio]
    • Gattuso, J.-P., & Hansson, L. (Eds.). (2011). Ocean Acidification. Oxford University Press. [Sito Editore]
    • George, M., Nallet, F., & Fabre, P. (2023). A threshold model of plastic waste fragmentation: New insights into the distribution of microplastics in the ocean and its evolution over time. Marine Pollution Bulletin, 197, 115749. [Link Studio]
    • Guerrini, F., Mari, L., & Casagrandi, R. (2022). A coupled Lagrangian-Eulerian model for microplastics as vectors of contaminants applied to the Mediterranean Sea. Environmental Research Letters, 17(2), 024075. [Link Studio]
    • Henley, B. J., et al. (2024). Highest ocean heat in four centuries places Great Barrier Reef in danger. Nature, 632, 320–326. [Link Studio]
    • IPCC – Intergovernmental Panel on Climate Change. (2019). Special Report on the Ocean and Cryosphere in a Changing Climate. Cambridge University Press. [Link Report]
    • Kaandorp, M. L. A., Dijkstra, H. A., & van Sebille, E. (2020). Modelling size distributions of marine plastics under the influence of continuous cascading fragmentation. Environmental Research Letters, 16(5), 054075. [Link Studio]
    • Landrigan, P. J., et al. (2023). The Minderoo-Monaco Commission on Plastics and Human Health. Annals of Global Health, 89(1). [Sito Rivista]

Articolo scritto dall’Ing. Furio Parodi, iscritto all’Ordine degli Ingegneri di Milano

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